Bussi, 4 aprile '09. L'intervento di un
cittadino mentre espone pubblicamente il dramma di tutta la popolazione bussese (da
sinistra: il prof. Giuseppe Genovesi, l'avv. Alessandro Peca).
Roma, 05/04/2009
Ieri, avvocati e medici di SOS Utenti, oltre al prof. Giuseppe Genovesi e al portavoce nazionale Gennaro Baccile, erano a Bussi sul Tirino , per discutere dell'inquinamento sproporzionato della città ed incontrare gli abitanti sottoposti da anni ad esalazione di mercurio e ad altri nocivi gas e metalli pesanti presenti nelle falde acquifere dei fiumi Tirino e Pescara.
Nella sala consiliare del Comune dove si svolge l'incontro, prendono la parola gli amministratori locali, gli assessori, un medico dell'assessorato alla salute della Regione Abruzzo e poi man mano tutti i relatori.
Noi siamo presenti, attenti ai fatti. Siamo arrivati a Bussi (nei pressi di Popoli) attraverso l'A25, l’autostrada denominata “dei Parchi”, da Roma a Pescara. L'uscita è tra le Gole di Popoli dove l'Appennino vertiginosamente forma un canyon che è uno spaccato forte, tra pareti rocciose di monti a picco, in parte alberati. Qui lungo il primo tratto della Tiburtina, i cartelli ci informano che siamo nel “Parco naturale della Val Pescara”. Perciò la nostra attenzione subito cresce.
Usciamo dall'autostrada e imbocchiamo una prima galleria che sbuca su un’enorme inspiegabile rotonda che subito immette in una successiva galleria (ma il traffico è inesistente, si capisce che la strada serve prevalentemente alla vita lavorativa delle 2200 anime che popolano il paese, oltre alle industrie lì installate) dalla quale uscendo si fronteggia il paesino di Bussi, in provincia di Pescara. Ma qualcosa, subito dopo la rotonda, accade. Incominciamo a sentirci inspiegabilmente male, ovviamente non diamo peso al fatto, pensiamo sia la stanchezza del viaggio...
Giungiamo quindi spediti nella sala consiliare del Comune, al di sopra della farmacia comunale, dove il dibattito è in corso. La sala è stracolma di cittadini e di lavoratori dell'ex fabbrica della Montedison, diventata in seguito Solvey. I cittadini fremono, desiderosi come sono (alcuni) di essere ascoltati. Ognuno qui fa la sua parte: l'amministrazione, si vede anche dal tavolo dei relatori, è messa all'angolo, la vera forza sono le famiglie con i loro molti morti da enfisema polmonare, tumori, sclerosi multiple, malattie cardio-circolatorie, malattie multiorgano, che vedono nuclei decimati, nei quali la vita dei più si ferma molto prima dei 60 anni.
Il prof. Giuseppe Genovesi, docente-ricercatore della Sapienza, descrive le conseguenze dell'esposizione massiccia o anche solo prolungata dell'individuo ad emissioni chimiche e/o elettromagnetiche. Nella sua relazione, Genovesi parla dei danni, anche genetici (per associazione di idee noi pensiamo a individui geneticamente modificati - a qualcosa come gli "IGM"! - e un fremito ci attraversa). La malattia che descrive Genovesi ha un nome, si chiama Sensibilità Chimica Multipla, o MCS, ed è un’invalidante patologia che riguarda oramai il 3% della popolazione dei paesi industrializzati, anche se la percentuale è in netta ascesa. Per molti è una rivelazione. La “scimmia” che ruba l'esistenza a molti, è multisistemica, ed investe, come ben spiega Genovesi, quel network dell'uomo chiamato PEI. Questa è la realtà. Ma in Italia, per ovvi motivi, il Ministero della Salute se ne guarda bene dal riconoscere la patologia e quindi di prevenirla o diagnosticarla in tempo, e nel caso curarla. Se così fosse cosa sarebbero oggi luoghi come Bussi, Casal Monferrato (la città dell'Eternit, nota per l'amianto), Marghera? Sarebbero luoghi da evacuare (così come è stato per Cernobyl), luoghi da bonificare e poi magari restituire alla popolazione. In queste città ci sono morti ammazzati dalla chimica, famiglie decimate o torturate da funeste inguaribili malattie. Andrebbero tutti risarciti, di diritto, dallo Stato che ha sviluppato certe politiche, e dalle industrie direttamente implicate, industrie della morte.
Oggi siamo a Bussi proprio per questo. A Bussi, dove c'è una “scimmia” chiamata chimica che ruba la vita ai suoi abitanti in modo feroce, ad abitanti che vivono di chimica e che sono costretti a parlarne sottovoce anche tra le mura domestiche (anzi non ne parlano più) perché il lavoro qui è più importante di un figlio morto ammazzato a venticinque anni.
Il clima nella sala si è fatto oramai rovente, anzi il livello sottostante di mercurio è così alto che gli amministratori cominciano ad avere, ed è probabile, la consapevolezza vera della situazione. Per questo battono ritirata, non resistono, fuggono alla spicciolata…
Esausti anche noi, intontiti dall’iniziale malessere dell'arrivo, usciamo all'aperto, dove scopriamo un indiscusso incantevole paesaggio, con montagne e vette che si sollevano, e un disordine architettonico che mostra, anche qui, certa speculazione edilizia funzionale probabilmente al lavoro. Alzando lo sguardo scopriamo, proprio in direzione nostra, sulla cima del dirimpettaio monte, un fitto bosco di antenne, che si popolerà ulteriormente (è il luogo dove verranno presto installate le ricetrasmittenti di S. Silvestro, un quartiere di Pescara). Adesso capiamo meglio il motivo del mal di testa e dell'intontimento, che nel frattempo ha colpito molti di noi. Rientriamo in sala, per niente rassicurati. Possiamo ancora apprezzare la relazione di Susanna Balducci, avvocato del lavoro. Adesso non si riesce proprio più a scherzare, la relazione giuridica fa riferimenti storici sui pesi della chimica, porta esempi di altri luoghi italiani simili a Bussi dove sono compromessi la salute dell'uomo e dell'ambiente.
L'avvocato Susanna Balducci incomincia subito a parlare di responsabilità civili e penali. Che colpa avrebbe (se colpa c'è) un operaio o un tecnico che subisce un infortunio o muore sul lavoro? La domanda è inquietante, perché porta alla luce le misure di sicurezza dell'azienda o la comunicazione ai lavoratori sui rischi ai quali vanno incontro, ecc. Si parla di valutazione dei danni ambientali e umani mai sufficientemente attendibili e dei quali le pubbliche amministrazioni con leggerezza si avvalgono. Tali valutazioni spesso sono fasulle.
Questo è sufficiente, perché lavoratori e famiglie presenti insorgano: è un vero putiferio! C’è un vigile urbano in servizio che cerca di placare gli animi, interviene gentilmente…
Ci guardiamo attorno per individuare se la stampa, almeno quella locale, sia presente. C’è una sola televisione locale, Rete 8, una tv che di recente ha registrato (ci dicono) molte anteprime, proprio lì dove le emittenti nazionali (come mamma, o matrigna, Rai) si astengono, a tutela probabilmente degli interessi politici ed economici di quei padroni direttamente implicati nel malaffare della salute!
Noi registriamo ovviamente tutto, ascoltiamo ogni intervento, in una platea nutrita di persone, fra abitanti e gente affluita dalle cittadine limitrofe, a parte i relatori nazionali. Noi registriamo anche troppo, poiché nel riprendere la strada del ritorno, stazioniamo solo cinque minuti attorno alla grande rotonda, alle porte di Bussi. E che cosa rileviamo?
Accusiamo un malessere diffuso, ci sentiamo appesantiti e nervosi, instabili, siamo colti da piccoli tremori... I nostri sospetti di causa-effetto cominciano ad essere fondati. Sorgono in noi domande spontanee. Perché? Con quali materiali è stata costruita la rotonda? Serviva veramente questa spropositata opera stradale oppure è stato un buon sistema per sotterrare (ed è quello che sospettiamo) le scorie radioattive o il mercurio residuo della lavorazione del bicarbonato? La verifica è che allontanandoci di soli due chilometri dal paese e dalla rotonda, gli equilibri ritornano, il disturbo decresce fino a sparire, lungo la strada del ritorno. Ma perché, a Bussi sul Tirino, per lavorare, gli abitanti devono accettare di stazionare sul fondo dell'inferno? Vi invitiamo a recarvi a Bussi e a farcelo sapere, scrivendoci. Intanto, tutte le relazioni del convegno sono state coordinate da Daniele Cozza e Alessandro Peca, giovani pionieri del Foro, che sotto la bandiera di SOS Utenti stanno tutelando i diritti e forse anche tutti i morti delle officine chimiche di Bussi (Pescara).
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